GIANNI LENOCI

Gianni ma che cos’è il jazz?
Non lo so. Ma ti posso dire che so perfettamente cosa non è. Cioè so quando il jazz non c’è. Non è una questione legata al linguaggio, mi fido delle mie sensazioni. Non so definire cosa sia, ma so che non c’è in tanti luoghi in cui vogliono che ci sia a tutti i costi.
Oggi si tende a parlare di jazz per personaggi come Allevi, che sono esattamente lo specchio culturale, consolatorio, narcotizzante di quello che è il panorama sociale di questo paese. Adesso sto parlando non nella mia veste di musicista, ma come cittadino, come essere umano che vive in Italia. Questo è un paese al degrado e la responsabilità è di tutta la classe politica in modo particolare della sinistra che non è riuscita a filtrare, essendo partecipe in prima persona del cosiddetto “berlusconismo”, le componenti culturali vere. Non dico che bisogna, come ai tempi di Luigi Nono, inserire la musica nelle fabbriche, ma è anche vero che non bisogna addolcire con lo zuccherino tutto pur di raccogliere consenso. E quando Vendola, persona intellettualmente sofisticata, uno dei migliori oratori che abbia mai sentito, si appiattisce in modo impressionante verso linguaggi di tipo “popular” mi chiedo che fine farà la voglia di esplorare, di sperimentare e che fine faranno quei poveri cristi che ancora ci credono. Tu stato, tu politico, devi aiutare non Antonello Venditti che ha adottato un tipo di comunicazione condivisa da tutti, una musica semplice che ha rotto le scatole, per cui bisogna per forza essere comunicativi. Ma dov’è scritta questa cosa? Beethoven non è semplice e neanche Bach. La musica è una cosa seria, è una roba difficile, ma non per questo è incomprensibile, come la scuola, come la religione. Anche scopare è difficile e la difficoltà non deve essere un impedimento. (continua a pag. 365)